Monsters

A cinque anni dalla caduta della sonda spaziale NASA inviata per verificare la presenza di forme di vita nel sistema solare, il confine tra USA e Messico è dichiarato zona infetta: nonostante gli sforzi dei militari per contenerle, creature aliene colossali hanno colonizzato il territorio. Andrew, un fotoreporter, viene mandato a recuperare la figlia del capo, Samantha, per portarla dal Messico agli Stati Uniti. Il viaggio sarà pericoloso e illuminante.

Per quanto riguarda questo brillante esordio di Gareth Edwards nei lungometraggi mi sono accorto di aver parlato solo dello sfortunato (perché ingiustamente criticato) sequel, Monsters: Dark Continent, ma mai del primo capitolo.

Rimedierò subito, anche perché l’ho rivisto giusto giusto ieri sera.

Come nasce Monsters? Edwards, giovane regista britannico con una esperienza in documentari ed effetti speciali, cerca uno sbocco verso il cinema. Ossessionato dall’idea di realizzare un monster movie ispirato grosso modo a The Blair Witch Project, vede smorzare le sue ambizioni dopo l’uscita di La Guerra dei Mondi e di Cloverfield. Recuperata l’ispirazione, Edwards trova la strada per un film di mostri che si svolge “anni dopo la fine della maggior parte dei film di mostri, quando la gente ha smesso di scappare e gridare e la vita deve andare avanti”.

Armato di una troupe di sette persone (regista e attori compresi), con un budget di soli 15.000 dollari all’inizio delle riprese (non si sono potuti permettere nemmeno un dolly) e una sceneggiatura appena abbozzata, Edwards si mette al lavoro (e crea da solo tutti gli effetti in CGI) per realizzare quello che è stato definito uno dei migliori film di fantascienza del 2010, un successo di incassi che gli ha meritatamente aperto le porte agli hollywoodiani Godzilla e Rogue One.

Perché Monsters funziona? Perché è reale. Non realistico, eh, non è questione di come si muovono le creature o gli aerei o se funzionano o no i combattimenti. Piuttosto è questione, e qui credo che l’esperienza documentaristica di Edwards emerga, di ciò di cui si sta parlando. Non si sta raccontando la storia di un super soldato che salva il mondo o si sacrifica per la patria. Non c’è un arco di crescita del personaggio, non c’è una chiamata al viaggio dell’eroe. Qui ci sono solo due giovani che si ritrovano là dove la crisi fa meno rumore, perché è lontana. Devono tornare a casa, alla loro imperfetta normalità, e lungo il tragitto incrociano (oltre ai mostri del titolo, che sono sostanzialmente animali che vivono la loro esistenza) persone che affrontano la crisi nei modi più vari e umani: chi specula, chi scherza, chi ci convive, chi ha la propria storia da raccontare.

E la storia degli stessi protagonisti, interpretati dai bravi Scott McNairy e Whitney Able (fidanzati ai tempi delle riprese, e non dirmi che non si vede), è anche questa raccontata senza spiegoni e senza un arco narrativo completo. È una storia costruita dai frammenti di conversazioni, dagli sguardi, dallo sgomento di fronte alle creature, dai silenzi di Samantha o dal non fotografare il cadavere di una ragazzina.

E in tutto questo non raccontare, non devi credere che la pellicola si riduca a una storiella insulsa, perché c’è tanta vita e tanto materiale che, se guardi Monsters, ti rimane appiccicato per un pezzo.

3 risposte a "Monsters"

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