I figli di Saturno – Charles Stross

Freya, da un alto ballatoio sulla superficie di Venere, contempla la propria obsolescenza. Progettata come robot per l’intrattenimento erotico, Freya è stata prodotta dopo che l’ultimo essere umano è scomparso. La fine dell’umanità e della vita organica, tuttavia, non hanno lasciato un sistema solare morto e spento. Le intelligenze artificiali, i robot, continuano a colonizzare i pianeti anche in assenza dei loro Creatori. C’è una questione in sospeso, tuttavia. I robot sono creati per servire, e questa programmazione non li rende mai completamente liberi. Cosa succederebbe se, un giorno, un nuovo Creatore fosse ricostruito?

Già lo sai quanto mi piace Charles Stross e quanto mi trovi bene con la sua roba.

In questo caso, anche se non siamo ai livelli del ciclo della Lavanderia, ho potuto divertirmi con questa space-opera /barra/ spy-story /barra/ omaggio esplicito alla fantascienza di Heinlein e Asimov.

L’azione c’è. Check. Ci si spara, ci si massacra, ci si fa ricrescere o ricostruire gli arti e ci si massacra di nuovo.

C’è anche (check) un po’ di umorismo, di quello bello sanguigno e scorretto di Stross che ti fa sogghignare anche quando i personaggi soffrono come cani.

Ci sono (check) un sacco di citazioni più o meno nascoste dei sopracitati autori (ma anche di altra roba sci-fi, fantasy, pop).

Di intrighi e complessità, poi, ne puoi trovare fin troppa, visto che a causa di una trama articolata e di un uso abbastanza libero del concetto di individualità, a volte ti trovi nei casini senza più capire chi ha fatto cosa (e quando).

Eppure, al netto del casino e del ‘ma, che, chi’, tra queste pagine ci sono un mucchio di concetti, di riflessioni, di spunti anche buttati lì quasi a caso.

A partire dal titolo, che mi fa venire in mente quella cosa di Crono che divora i figli e che, se non sto andando troppo oltre, può anticipare il rapporto tra umanità e robot.

O come il concetto di schiavitù, di libertà, di libero arbitrio, di quel ‘a chi appartieni’ ripetuto tante volte. E di come una programmazione lasciata all’interno delle intelligenze robotiche possa influire, di fatto, su tutta la società che queste intelligenze vanno a costruire.

Oppure quella cosa molto interessante sulle serie di robot che fanno gruppo, quasi famiglia, che si chiamano tra loro fratelli e sorelle e che condividono i chip di memoria degli individui morti, prolungandone in qualche modo l’esistenza e migliorando, di fatto, le caratteristiche degli individui rimasti in vita. Memoria ed evoluzione al tempo stesso.

Ma anche questa cosa della natura delle identità dei robot, di come questi siano stati progettati ricalcando il modello dei loro creatori (reti neurali?) e di come di conseguenza dipendano dalle stesse spinte emotive e siano di fatto condannati a ripetere le stesse scelte e gli stessi errori.

E poi c’è quella canaglia di Daks.

Se i tirannosauri fanno parte della biosfera in cui gli umani sono progettati per operare, allora ci servono i tirannosauri. Perciò stiamo rinforzando il tetto.

Dachus

Insomma, non lo so se I figli di Saturno ti può piacere. Potrebbe sembrarti un incasinatissimo ma sincero omaggio a due grandi autori di fantascienza, oppure potresti scoprire un groviglio di spunti di riflessione ricco e talvolta parecchio sofisticato. Ti può confondere o ti può divertire. O tutte e due le cose.

Fai tu.

Nota: pur avendo letto l’Urania, che in copertina mostra alieni generici, per questo post ho estratto una delle copertine dell’edizione in lingua originale, tra l’altro l’unica passabile visto che un’altra mostra una bella ma GENERICA astronave e quella che mostra Freya è di una bruttezza indicibile. Peccato che alcuni romanzi debbano soffrire la zavorra delle brutte copertine, considerato che in giro se ne trovano di così interessanti.

7 risposte a "I figli di Saturno – Charles Stross"

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