La prima di Upload

Nathan ha i numeri. È bello, intelligente, è un bravo ragazzo ed è uno sviluppatore di software (!). Insieme all’amico Jamie sta progettando una piattaforma gratuita che permetterà agli upload di costruire il proprio mondo. Ma, cosa sono gli upload? Sono le coscienze dei defunti digitalizzate poco prima della morte. Sono persone che possono continuare ad esistere all’interno di un mondo virtuale dopo che il corpo fisico ha cessato di vivere. Sono, soprattutto, potenziali clienti sui quali la Horizen ha costruito un business miliardario fornendo loro Lakeview, un mondo virtuale idilliaco in cui tutte le cose più belle devono essere acquistate come pacchetti extra.

Poi Nathan muore. L’invadente fidanzata Ingrid lo iscrive, a sue spese, a Lakeview. Che non è questa cosa così idilliaca. Anzi, è proprio un incubo. In suo aiuto accorre Nora, operatrice del servizio assistenza clienti Horizen, che inizia a scoprire dettagli misteriosi e inquietanti attorno alla morte del ragazzo.

Talvolta nel vastissimo panorama di offerte in streaming emerge una serie che, pur partendo in sordina e con aspettative medio-basse, finisce per raccogliere consensi e, soprattutto, si guadagna quel passaparola che a volte è meglio di tante campagne promozionali.

È il caso di Upload, serie di recente uscita su Prime Video che sicuramente prima o poi qualcuno ti ha consigliato di guardare.

E perché te l’hanno consigliata? Perché, credo, pur non proponendo ingredienti originali o una qualità pazzesca nella realizzazione, riesce nella (comunque ardua) impresa di amalgamare il tutto in modo bilanciato e piacevole.

In parole povere, Upload si fa guardare benissimo.

Se però ti sarà sembrato di aver già visto da qualche parte il concetto di digitalizzazione delle coscienze, se ti sembra quasi uguale a quell’episodio di Black Mirror, se assomiglia vagamente a quell’altro film con Johnny Depp oppure se sembra quasi un antefatto dell’ambientazione di Altered Carbon, te lo confermo: assomiglia a tutti questi titoli.

Eppure riesce a riproporti lo stesso concetto in modo leggero, con personaggi simpatici, arrivando a farti sorridere di fronte a riferimenti tanto simili al nostro rapporto con il business del software (i contenuti a pagamento, gli aggiornamenti, il marketing asfissiante) e infilando con leggerezza quelle questioni etiche, umanistiche e sociali che fanno invece da deprimente fulcro alla fantascienza distopico-pessimista. Se Upload riesce comunque a parlarti di ingiustizia e digital divide nel trattamento dei soggetti digitali, se riesce a proporre quesiti filosofici sulla morte e la vita eterna, non lo fa con l’enfasi drammatica di un Takeshi Kovacs a caccia di Mat, ma comunque gli argomenti li tocca.

Insomma, abbiamo la tecnologia fantascientifica, abbiamo un minimo di denuncia economico-sociale, abbiamo un umorismo simpatico, abbiamo la storia romantica e abbiamo il thriller.

Forse non brillerà per le performance degli attori, per la fotografia o per gli effetti speciali. Sai che c’è? Chissenefrega. Si fa vedere in fretta, ti coinvolge, ne esci con lo spirito leggero ma non troppo.

17 risposte a "La prima di Upload"

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  1. Finito di guardarlo l’altro ieri. Mi è piaciuto molto, tocca temi interessanti senza prendersi mortalmente sul serio e così facendo finisce per trattarli con quella leggerezza che si dovrebbe usare più spesso nei panorami distopici che ultimamente dominano la fiction televisiva. La parte hardcore di me si ribella al chiamarlo “fantascienza”, ma se chiudo nello sgabuzzino il noioso e petulante scovatore di premesse scientifiche non plausibili e l’altrettanto insopportabile cacciatore di luoghi comuni della sceneggiatura, devo dire che mi sono divertito un sacco.

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  2. Sigitalizzazione delle coscienze? Per certi versi “Ubik” di Philip K. Dick, anche se il concetto era vagamente diverso. Mi hai convinto, non la vedo questa serie 😀 a me piacciono le cose super fatte bene, sto guardando già troppe serie che “sì però si poteva fare di più e molto meglio”.

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