Le sabbie di Marte – Arthur C. Clarke

Martin Gibson sta per imbarcarsi sulla Ares, la nave spaziale che percorre la rotta dalla Terra a Marte. Gibson è un passeggero speciale, è infatti il primo civile che affronta il lungo viaggio e, in quanto scrittore e giornalista, pubblicherà le sue esperienze in una serie di articoli. Ma le sue esperienze sul pianeta rosso si riveleranno molto più interessanti di quanto Gibson si aspetta.

Leggere Clarke in questo periodo è, paradossalmente, rinfrescante.

Il romanzo Le Sabbie di Marte non descrive regimi autoritari, non propone apocalissi, non racconta assassini sociopatici, criminali o bande di idioti degenerati. Narra la storia della colonizzazione di un pianeta, e lo fa descrivendo persone normali che fanno il proprio lavoro. E, davvero, è bello accorgersi di come sia possibile raccontare una storia senza dover tirare in ballo gli estremi più bassi dell’umanità.

E quindi si legge di un Marte che diventa frontiera, un pianeta popolato da personaggi simpatici, pionieri che ce la mettono tutta per rendere abitabile un ambiente ostile. Un’ispirazione, sicuramente, per tante altre storie arrivate più tardi. A questo Clarke devono molto, ad esempio, i romanzi di Kim Stanley Robinson, i marziani di James S. A. Corey, le missioni della Monticelli.

E poi, cavolo, la data di pubblicazione.

1951. Millenovecentocinquantuno.

Gagarin, il primo uomo nello spazio, nello spazio ci andò solo dieci anni dopo. Altri dieci anni e nascevo io, che non c’entra niente ma una mezza idea te la può dare. E ci sono alcuni dettagli tecnici, in questo romanzo, che fanno impressione per la precisione con cui sono stati descritti. Certo, si possono trovare anche molte ingenuità, errori grossolani, che però spariscono di fronte al resto. E poi, a un romanzo così vecchio, posso perdonare tante cose. È stato l’Urania numero 1, un po’ di rispetto ci vuole.

Insomma, questa è fantascienza che ispira, non quella che ti mette in guardia dal futuro brutto brutto e che ti dice che non c’è più niente da fare. Questa è fantascienza che racconta un futuro forse non perfetto, ma nel quale abbiamo una possibilità.

Che te lo dico a fare? Tempo speso bene.

4 risposte a "Le sabbie di Marte – Arthur C. Clarke"

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  1. La fantascienza che mette in guardia dal futuro brutto brutto è ok, ma deve fare il suo lavoro quando è ancora possibile sterzare.
    Però ti do ragione, leggere una storia che sia ottimistica in modo intelligente (non l’ottimismo facilone in cui tutto va liscio perché sì) è rinfrescante, in mezzo a un mare di angoscia tipico delle distopie che vanno per la maggiore in un periodo come questo, che è già un po’ distopico di suo e sembra compiacersene…

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    1. Infatti. Metterci in guardia va bene, ma a forza di metterci in guardia rischiamo di convincerci che davvero il futuro farà schifo. Si diventa fatalisti. E, se guardiamo al presente, direi che non abbiamo bisogno di altri avvertimenti.

      Su ottimismo e distopia, poi, di solito si pensa che la distopia sia più interessante mentre l’utopia racconta futuri noiosi in cui ‘va tutto bene’. Al contrario, l’utopia può raccontare disastri e apocalissi, ma facendoti vedere la via d’uscita.

      A tal proposito cito spesso Doctorow: “The difference between utopia and dystopia isn’t how well everything runs. It’s about what happens when everything fails.”

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