Algoritmi e campioni

Non sono sicuro che sia sempre così, ma quando le azioni di una persona ti costringono a cambiare un algoritmo che ha sempre funzionato, quella persona è come minimo interessante.

È accaduto tanti anni fa, forse almeno venti. Anzi, sicuramente di più (porca miseria quanto passa in fretta il tempo quando parli di algoritmi).

Lo conosci il T1? Anzi, meglio, la conosci la staccata? Forse no. La staccata è quel momento in cui il pilota ‘stacca’ il pedale dall’acceleratore prima di affrontare una curva. È un momento interessante, se analizzi i dati di telemetria di una vettura da corsa. È un momento interessante perché, raggiunta la massima velocità prima di frenare, succedono un sacco di cose. Accadono, sul serio, un sacco di cose che devi tenere sotto controllo se vuoi che la tua vettura sia competitiva.

Bene, fin dai primi anni di lavoro nel settore ricordo di aver inserito, copiato e portato su innumerevoli progetti l’algoritmo di ricerca dell’istante della staccata, utile per permettere ai telemetristi di avere un ‘segnalibro’ sui dati di questo istante notevole.

L’algoritmo, piuttosto semplice, era rimasto invariato per anni.

Poi, un bel giorno, un team ci contattò.

Non funzionava più.

O, meglio, funzionava come prima, ma non funzionava con un pilota in particolare. Quel pilota si chiamava Michael Schumacher, e ho dovuto rielaborare un algoritmo perché Michael Schumacher non guidava come gli altri piloti.

Non l’ho visto tante volte, Schumacher, e nemmeno ci ho parlato. Una volta però abbiamo avuto un incontro ravvicinato.

Era una sessione di test a Imola. Stavo smanettando con dei grafici per cercare di capire come mostrare una certa informazione in un certo modo.

A un certo punto, SBRANGH, crash dell’applicativo. Messaggione rosso. Necessità di chiudere.

Non so se hai mai visto i PC che si usavano in pista, ma erano montati su rack modulari e avevano almeno un paio di monitor di cui uno ad altezza occhi (si usavano in piedi o su sgabelli piuttosto alti) e uno fissato più in alto per poter essere osservato da persone leggermente più indietro. Praticamente un cabinato da sala giochi, se hai presente come erano fatti.

Insomma, visto che il mio crash era un po’ plateale mi volto per vedere in quanti lo avevamo ‘ammirato’.

Dietro di me c’era Schumacher. Stava guardando un grafico sul PC al mio fianco, e aveva ovviamente visto il crash.

Non sapevo cosa dirgli. Gli ho fatto una faccia come a dire: “Eh, succede.”

Lui a sua volta ha sorriso e ha fatto una faccia come a dire: “Sì, certo, sono cose che capitano.” La sua però era tradotta in tedesco.

E, niente, l’aneddoto finisce qui.

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