Il popolo dell’autunno – Ray Bradbury

Molti romanzi hanno un momento ideale per essere letti.

No, non parlo del viaggio in treno, della mezz’ora di relax in poltrona o dei cinque minuti nel letto prima di crollare addormentati. Parlo di un particolare periodo della nostra vita, dell’età, delle emozioni e delle esperienze che ci siamo costruiti nel momento in cui apriamo quelle pagine.

Il popolo dell’autunno di Ray Bradbury, ad esempio, l’avevo letto troppo presto. Ero troppo giovane. Non l’ho capito, non l’ho assaporato quanto meritava. Non ero padre.

Bello, oh, mi sono detto. E l’ho riposto sullo scaffale dove è rimasto, quasi dimenticato, per diversi anni.

Un po’ di tempo fa, per fortuna, mi è tornata in mente quella storia di un circo con quei personaggi strani, un po’ oscuri. E quei due ragazzini. E ho ripreso quelle pagine che, porca miseria, erano più belle di quanto ricordavo. E il circo non era un circo.

Ancor più di recente, dopo aver cominciato a rileggere e rivedere storie di ragazzini in bicicletta (ah, la nostalgia), ho pensato di recuperare anche questo romanzo. I giovani protagonisti, Jim e Will, non hanno le bici ma possono essere considerati un po’ gli antenati dei Perdenti, dei Goonies, dei ragazzini di Stranger Things.

E, cavolo, ho scoperto di amare questo romanzo.

Non è questione di qualità della scrittura. Non si tratta di un capolavoro. Ma il caso vuole che tocchi tutte le corde giuste e potrei continuare a leggerlo almeno una volta l’anno (come del resto già faccio con Crociera nell’infinito), magari anche in lingua originale.

Si tratta di quello che oggi sarebbe catalogato come Dark Fantasy, una storia il cui titolo originale (Something wicked this way comes) è sufficientemente evocativo, misterioso e inquietante da lasciarti capire tutto e niente (e questo mi piace). La storia è scritta con una poetica diffusa che rende la narrazione romantica, molto fiabesca, molto musicale, quasi teatrale. Sarei curioso di ascoltarlo in un audiolibro, più che leggerlo.

La trama è molto lineare. Il Luna Park arriva in paese. I ragazzini troppo curiosi. La gente dei baracconi che si rivela più inquietante di quanto sembrava. Le prime vittime. Il confronto tra Bene e Male.

Ma il bello non è nella trama. Ci sono i personaggi, le atmosfere, le mille frasi da sottolineare e citare.

Ci sono questi due giovani amici, Will Halloway e Jim Nighshade. Chiaro e scuro, calma e inquietudine, un minuto prima e un minuto dopo mezzanotte. Fin troppo particolari per risultare ‘veri’. Fin troppo schematici per sembrare credibili. Ma non devono esserlo, perché Will e Jim sono il centro della storia che ruota (come la giostra del Luna Park) prima in una direzione (Jim) poi in un’altra (Will). È intorno a questo perno che si muovono tanti altri personaggi, più o meno importanti.

Personaggi tra i quali spiccano due figure principali contrapposte: Charles Halloway e il Signor Dark, l’uomo illustrato. Chiaro e scuro, di nuovo. Figure che si fronteggiano prima verbalmente, poi fisicamente, poi moralmente. Il Signor Dark, forte, inquietante, malvagio, misterioso ma difettoso nella sua straordinaria arroganza. E il signor Halloway, vecchio (nonostante abbia 54 anni), abbacchiato, stanco che però ritrova gradualmente energia e motivazione per affrontare il male. Una figura di padre bellissima, malinconica, molto intensa.

Poi ci sono questi continui riferimenti al tempo, un po’ timey wimey e un po’ no. Si parla di giovinezza, di vecchiaia, di anni che si spostano in avanti e all’indietro in modo artificiale o naturale. Di ricerca continua di qualcosa che ci sfugge.

E, che dire? Non lo so se altri potranno trovarvi tante cose belle, in questo romanzo. Mi sembra tutto molto soggettivo. Forse è scattato qualcosa, una nota che suonava particolarmente bene. Forse sono cambiato io. Forse c’è cresciuto un Carbonte di Lak, non lo so.

Io, nel dubbio, l’anno prossimo me lo rileggo. Per me è tempo speso bene.

 

4 risposte a "Il popolo dell’autunno – Ray Bradbury"

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  1. Ah, sì… uno dei più toccanti romanzi fantastici che abbia mai letto. Si legge bene sempre, ma la sua profondità appare solo quando hai sperimentato quella forma strana di incomunicabilità e di attaccamento (all’apparenza) a senso unico che comporta essere padre. Bellissimo.

    Piace a 1 persona

    1. Azzeccato. Alcuni passaggi più belli sono quelli che si focalizzano su Charles in quanto padre, forse apprezzabili in pieno solo quando si è entrati nel ruolo. Un fantasy per papà, insomma.

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